ERITREA: “Tirare a bordo le ancore dei pregiudizi calate nel mare dei luoghi comuni”
A novembre 2010 Maurizio Alfano ha visitato i progetti di "aiutare i bambini" in Eritrea.Al suo ritorno ha condiviso con noi alcune sue riflessioni:
"Erythraea, Erythros, Eritrea, tre parole per narrare la natura e l’evoluzione di questa terra, tre parole che affondano il loro significato e le sue implicazioni in un tempo oramai passato, ma sempre attuale per descrivere la passione dei suoi abitanti così tanto articolata e tale, da apparirmi come un complicato reticolo di vene che si diramano in ogni parte del corpo per portare sangue e ossigeno alle diverse etnie e religioni qui presenti. Tre parole per un solo colore, il rosso. Rosso come il suo mare, rossa è la sua terra e rosse sono le guance dei bambini di fronte alle emozioni e alle speranze che la vita può ancora donare a tutti loro, ma rosso è anche il colore della vergogna che provo per la presenza straniera in questa terra in ogni tempo manifestatasi. È un rosso quello eritreo che domina lo sfondo della vita che cattura e dipinge come acquarello su tela le diverse scene di vita che ogni giorno qui si ripetono.
Sono in Africa ad Asmara, fa caldo, cammino per le sue tante strade colorate e straordinariamente pulite allo scopo di poter raggiungere un gruppo di bambini che vive in un piccolo asilo poco distante dal luogo in cui mi trovo e mi sento improvvisamente chiamare con voce graziosa “chocolate, chocolate”. Mi giro un po’ stranito e vedo appiccicata alla mamma fare capolino dietro le spalle, avvolta in una coperta, una bellissima bambina che con aria burlona continua a chiamarmi così mentre contemporaneamente mi tira anche per la camicia. Insiste tanto finché non mi fermo un po’ a parlare e giocare con lei insieme ai miei immancabili palloncini della fondazione e nasi da clown. Così parte il prologo a una lunga serie di calci dati a tanti pregiudizi, stereotipi e luoghi comuni che uno dopo l’altro crollano e vengono giù fragili ed inconsistenti come spazzati via dal vento dell’altopiano Eritreo. Infatti, come sospinti dal vento che si adagia sull’altopiano di Asmara che sfiora fino ad accarezzare il cielo terso di giorno e illuminato da migliaia di stelle la notte, ecco cadere uno dietro l’altro, montagne di pregiudizi e luoghi comuni archiviati nella saccenza occidentale come verità incontrovertibili invece.
Siamo in Africa sì, ma per converso su fin negli altipiani Eritrei a guardare il resto del mondo dall’alto in basso e non in mezzo solo a deserti e sterpi come si potrebbe facilmente credere. Ci muoviamo tra altipiani dal fascino indescrivibile e qui è semplicemente meraviglioso potere osservare la maestria della natura per quello che è riuscita in questi luoghi a creare mentre gli uomini sono capaci invece sempre più velocemente di pregiudicare. Eritrea, terra dalle alture che sfiorano le nuvole quasi fino a poterci giocare, crocevia di etnie, culture e religioni che tra loro s’incontrano e confrontano in un percosso lungo, faticoso e spesso pericoloso, capace però, proprio per questo, allo stesso tempo di restituirti anche le contraddizioni del cambiamento oramai in atto nelle giovani generazioni. Sono ora più che mai in un luogo intriso d’incontri e convivenze possibili come quelle finora costruite anche tra religioni diverse e non in mezzo a battaglie tribali come si potrebbe banalmente credere. Qui ad Asmara per la seconda volta, dopo Gerusalemme, riprovo l’emozionante sensazione del sovrapporsi dei segni e delle musiche delle diverse religioni in questo luogo presenti.
Credere per sentito dire, per pregiudizio, per arroganza, quando sei qui capisci e in un solo attimo come tutto sia diverso da quello che noi crediamo invece. Assumiamo senza cognizione alcuna azioni pregiudizievoli e comportamenti iniqui di solito utili a tenere al riparo le nostre poco apprezzabili coscienze dai bisogni dell’altro. Già ma chi è, e chi sono gli altri? I cento bambini che si ritrovano ogni mattina nell’asilo di Nefasit per esempio alla quale anni fa la Fondazione ha garantito il suo sostegno economico e per i quali oltre l’amore di chi li accoglie, spesso non c’è altro da poter offrire, fosse anche una semplice merenda o un sorso di latte o una semplice banana seppur qui abbondino. Bambini meravigliosi ai quali è necessario garantire una prospettiva di vita rispettosa dei luoghi e delle tradizioni, capace oltremodo però nello stesso tempo di incidere positivamente nel loro futuro affinché possa essere almeno, in parte, diverso da quello dei loro genitori e comunque dalle persone più grandi di loro. Un futuro, quello dei grandi, ipotecato e diluito in enormi sacrifici quotidiani e all’interno di un interminabile servizio militare.
Qui, infatti, proprio per questo, spesso il pensiero del futuro non esiste per niente, anzi s’infrange quasi sempre contro gli scogli della rassegnazione delle cose che non cambiano mai, mentre bisogna adoperarsi affinché il naufragio della rassegnazione dei grandi non coinvolga la navigazione dei bambini verso il mare aperto della vita. Loro possano e devono anche con il nostro aiuto e la nostra complicità sentimentale, riuscire proprio la dove i grandi hanno fallito. Essere per questo capaci di realizzare un’inedita prospettiva di vita che consenta loro almeno in parte di raggiungere un approdo sicuro al loro futuro e nello stesso tempo imparare a resistere alla furia disumana della nostra indifferenza che come tempesta si abbatte su di loro attraverso le tante privazioni alle quali sono spesso, troppo spesso, nonostante piccoli ancora in parte sottomessi, coinvolti e inabissati come nel caso di alcuni dei bambini ospitati nell’asilo di Ghinda dalla Fondazione in questo momento sostenuto.
Ecco perché sono qui, da una parte per imparare a confrontarmi con loro e dall’altra per iniziare proprio con i bambini a mettere dove possibile qualche punto fermo nella loro navigazione quotidiana, reciprocamente valutando azioni semplici, ma utili. Vogliamo con loro, io ed Alessandro, compagno di viaggio, proprio con i più piccoli, costruire lo sviluppo oltre l’aiuto perché essi sono già, parte importante del nostro futuro, oltre che delle nostre stesse condizioni di vita. Questo deve essere chiaro, fino in fondo a tutti, in altri termini il tempo prossimo e futuro sarà sempre più vissuto all’insegna della reciprocità e non dell’individualità, ovvero sarà sempre più importante lavorare fianco a fianco con l’altro diverso da noi per poter condividere un futuro fatto di pace, da vivere in armonia nella comunità globale che sempre più sta radicandosi qui come nel resto del mondo. Questo sarà possibile solo però se saremo capaci di tirare a bordo le ancore dei pregiudizi calate nel mare dei luoghi comuni per liberarci così da ogni inutile zavorra mentale che frena il nostro cammino e il nostro incontrarsi con popoli e persone diverse da noi, ma nello stesso tempo, straordinariamente simili a noi. Questa è la grandezza della natura. È necessario passare dunque dal monadismo dell’età contemporanea e globale al nomadismo dell’errare e viaggiare del tempo passato.
Sono i bambini dunque, proprio per tutto questo il frutto più rigoglioso e importante dell’Africa, più del petrolio, del gas, dell’oro e delle miniere di diamanti, sono tutti loro, il solo seme fecondo che può germogliare in questa terra arida di pari opportunità. Bambini che ogni giorno riempiono strade, vicoli, piazze e ogni angolo dell’Eritrea fino ad apparirmi come un fiume generosamente in piena. Bambini ovunque, dovunque e tutti straordinariamente pronti a regalarti un sorriso. Loro che avrebbero mille motivi per piangere e altrettanti buoni motivi per non guardarti. Ma loro sanno andare oltre, non rimangono prigionieri di stereotipi e pregiudizi e per questo sono sempre pronti ad offrirti quello che qui più generosamente abbonda nella loro piccola disponibilità di bambini, abbracci e sorrisi, dunque emozioni vere. Questo certo non è poco. Ricevere forza da chi soffre e una carezza da chi ha ricevuto la vita più come un pugno è sicuramente straordinario. Tutte cose queste, alle quali uomini piccoli e grandi dalle nostre parti, non siamo più abituati, e che molto spesso addirittura non riusciamo nemmeno più a comprendere nella loro portata, compressi come siamo nel nostro esasperante individualismo. Questa marea enorme di bambini mi da comunque un conforto inaspettato che riscontro nei giorni in cui sono lì, proprio in mezzo a loro, la crescente riduzione della mortalità infantile, anche se dall’altra parte ancora, molti sono ancora i bambini orfani o abbandonati o purtroppo figli dell’occidentale pratica da molti occidentali ancora praticata di abbandonare donne e bambini appena sanno di averle messe incinte. Spesso sono poco più che ragazzine, le giovani madri alle quali viene promesso il matrimonio o l’espatrio, ma come sempre accade le une e le altre condizioni sono sempre puntualmente disattese. Al dolore dell’abbandono per queste ragazze si sovrappone comunemente anche l’allontanamento forzato dalla casa paterna a causa della vergogna che coinvolge proprio per questo motivo l’intero sistema familiare. Altri bambini sono figli invece di ragazze che tentano con questo mezzo di sottrarsi all’obbligatorietà del servizio militare nonostante sia da un po’ di tempo a questa parte, tale condizione non più motivo di possibile esonero per le ragazze madri.
Questo fiume generoso di bambini, cosa tra le più belle che ora possa vantare l’Eritrea ha per fortuna un argine importante affinché possa scorrere nella maniera più proficua possibile per irrorare così la speranza necessaria al cambiamento complessivo del Paese. Quest’argine è costituito dalle donne eritree capaci con la loro tenacia come le sponde rinforzate dei fiumi in piena di sopportare pesi e contraddizioni enormi pur di riuscire a tenere al riparo i loro figli dai danni che uno straripamento delle condizioni sociali potrebbe loro provocare.
È amorevolmente impressionante vedere, imparare e percepire come qui sia forte il legame tra madri e figli che va oltre la natura della natura stessa, è quasi come una lunga gravidanza che si protrae nel tempo e senza interruzioni. Bambini portati dietro le spalle, avvolti in coloratissimi teli di cotone, bambini tenuti stretti per mano o portati in braccio, bambini ai quali le madri riservano ogni necessaria cura pur di tenerli al riparo dal sole come dalla pioggia. Bambini ai quali le madri parlano sempre e indipendentemente dalla loro età, bambini accompagnati a scuola, portati sulle spalle per risparmiare loro la fatica di camminare già da quando sono ancora poco più che neonati e con loro ancora anche quando lavorano nei campi o attraversano l’Eritrea a piedi per spostarsi. È una continua prolusione di cura e amore, attenzione e passione, azione e abnegazione.
Iniziamo il nostro viaggio con destinazione Nefasit per raggiungere cento bambini che aspettano di offrirci la loro ospitalità, nonostante la loro piccola età. Qui scopriamo che ogni bambino è una storia, ogni storia una famiglia, ogni famiglia la storia dell’Eritrea e delle sue momentanee difficoltà pur di riuscire a sopravvivere ai disastri della natura compromessa dall’uomo, delle Corporation e non solo. Prima di arrivare avverto però forte la sensazione di attraversare una dimensione spazio temporale fuori dal mondo e a me sconosciuta ancora. Paesaggi indescrivibili, villaggi spesso costruiti e appiccicati come edera rampicante sui tanti costoni dell’altopiano eritreo che riportano presto e subito alla mente i nostri presepi per la loro caratteristica disposizione e costruzione. Tutto mi restituisce la dimensione di un’Africa che non è raccontata e che vale la pena conoscere, apprezzare e soprattutto rispettare.
Qui a Nefasit comunque, luogo quasi mistico per la sua posizione, la realtà, quella dura, la fa ancora da padrona scagliandomi così negli abissi più profondi del mio già tormentato animo perché qui incontro oltre i bambini, anche la fame e la sete, la miseria e la malattia, la disuguaglianza e l’ingiustizia, la cupidigia e l’indifferenza, l’intolleranza e la temibile saccenza. “Proprio davanti al vestibolo, sull’orlo delle fauci dell’orco, il pianto e gli affanni vendicatori posero il loro covile; vi abitano i pallidi morbi e la triste vecchiaia, la paura, e la fame, cattiva consigliera, e la turpe miseria, terribili forme a vedersi, e la morte e il dolore”. La vita di tutti i giorni per alcuni di questi bambini è ancora oggi purtroppo simile a un girone dell’inferno dantesco, ma mentre noi lo studiamo, loro lo vivono purtroppo ogni giorno davvero. Ma grazie ai bambini di Nefasit e non solo per tutto quello che mi hanno trasmesso ancora una volta, ora so cosa fare dentro e fuori dalla mia vita. Ho capito e imparato ad apprezzare per esempio la grandezza e la melodia della risata di un bambino di fronte a un semplice palloncino gonfiato e lasciato svolazzare per aria fino a sgonfiarsi. Ognuno di noi dovrebbe imparare ad apprezzare quella risata come e allo stesso modo delle tante melodie dei più grandi musicisti del mondo, perché è musica per le nostre orecchie, sangue per il cuore e ossigeno per la mente. In una sola parola è vita, anzi meglio, può essere lo scopo addirittura di una vita da vivere a loro fianco. Quante volte invece, al contrario, ho sentito dire - se un giorno avrò a disposizione una somma importante, una parte la mando in Africa per costruire un ospedale, e altri ancora ripetere, appena avrò il tempo necessario, partirò per aiutare chi ne ha bisogno. Credetemi, sono solo parole e pensieri complicati, entrambi ostaggio d’inutili e stereotipati retaggi, mentre in verità occorrono azioni semplici e pochi soldi per andare in Africa e fare grandi cose. Qualcuno si sarà chiesto come avrò fatto a notare le guance arrossite dei bambini neri, vero, ma altrettanto facile da spiegare, ovvero semplicemente guardando oltre. Guardando oltre quello che solitamente ci appare o che riusciamo a vedere o ancor peggio che non ci appare affatto, nonostante esista. Così come esiste povertà e ricchezza, necessità e spreco, tolleranza e saccenza, forme di vita alle quali liberamente decidiamo se piacevolmente arrenderci oppure dalle quali dignitosamente allontanarci per avvicinarci invece, all’altro, senza riserve e pregiudizio alcuno."
Maurizio Alfano
con i bambini eritrei
Ragazze durante un corso di formazione
Grazie a Maurizio per il suo viaggio e per i suoi pensieri!

