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INDIA: "La possibilità di aiutarli"

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Un gruppo di volontarie, dopo aver partecipato alla raccolta fondi in piazza per "Babbo Natale per un giorno", nel mese di marzo si è recato a Pondicherry, a visitare il nuovo Centro che offre accoglienza in uno spazio adeguato, farmaci (antiretrovirali), un'alimentazione sana ed attività educative e ricreative a oltre 100 bambini sieropositivi.
Le volontarie Elena Donati, Anna Restelli e Federica Neeff rappresentano simbolicamente i 1.500 volontari che l'1 e 2 dicembre sono scesi in piazza per aiutare i bambini indiani!

Guarda i video che hanno realizzato:

  • Visita volontarie a Pondicherry

  • La storia di Predeep Kumar

    E dalle loro parole ecco descritta la situazione della struttura e dei bambini di Pondicherry:

    "Scrivere un diario di quei giorni, l'ho fatto mentre ero là, l'ho fatto tutte le sere combattendo contro sonno e stanchezza, l'ho fatto perchè già in quel momento mi rendevo conto di quanto importante e bello fosse quello che mi succedeva attorno e dentro. Ma certe emozioni, certi pensieri nascono dentro il nostro cuore e li restano, certe volte per sempre, e se non sei un poeta fai fatica a descriverle, a "mostrarle" agli altri.
    E allora una via può essere quella di raccontarvi solo qualche momento di questo viaggio, qualche breve storia , le storie di quei bambini, ma non solo. Le storie di quelle madri, sole quanto forti; le storie di un gruppo di giovani uomini e donne che lavorano 12 ore al giorno per cercare di far assomigliare le esistenze di quei bambini e di quelle madri a qualcosa che si possa chiamare vita.
    E proprio da loro mi piace partire, da quelle donne e quegli uomini, dalla loro forza , dal loro coraggio, dalla loro capacità di darsi. Perchè questa capacità è sincera, vera, totalmente disinteressata; queste donne e questi uomini fanno quello che fanno con una spinta pura e profonda, che non paga, se non quello che è sufficiente per vivere. Il loro cuore è fuori da ogni logica di profitto o interesse personale, e solo scambiando le prime poche parole, appena arrivata, ho sentito forte quella sensazione che mi sono portata dentro e che ancora mi accompagna: la sensazione di una grande "possibilità" che esiste lì , in quelle persone.
    La prima sensazione che hai avvicinandoti a certe realtà è la "mancanza"; la mancanza di tutto quello che per noi significa vita. In un posto come quello, in cui tutto è difficile, almeno per quella parte di umanità che resta esclusa dalla ricchezza, esistono persone, cuori, braccia forti e impegnate. E sono loro, nati in quella terra e che in quella terra hanno costruito o costruiranno la loro famiglia, sono loro a cercare di farla diventare una terra accogliente anche per quei bambini e quelle famiglie spezzate dall'aids, dalla povertà, dall'emarginazione.
    E noi non possiamo restare indifferenti di fronte a tutto questo, di fronte alla grande possibilità che questi uomini e queste donne costituiscono in quel mondo così duro e difficile. Dobbiamo seguirla, curarla, aiutarla; abbiamo il dovere di esserci, di renderla ogni giorno più grande e forte, di dare strumenti e mezzi a questi uomini e donne, e di insegnare loro a trovarne di nuovi.

    Quello che fa la SFDRT è noto, ne abbiamo parlato e riparlato, lo abbiamo scritto e detto a tutti quelli che il 1 e 2 dicembre hanno scelto il loro cappello di Babbo Natale , ma quello che quotidianamente fanno questi giovani uomini e donne è straordinario: vanno in giro nei quartieri più poveri di Pondicherry e nei villaggi più remoti, praticamente a caccia di bambini "infected"; si trovano di fronte a situazioni spesso di rifiuto, diffidenza, chiusura. Atteggiamenti che sono frutto della paura, la paura di essere "segnati" e quindi emarginati da un mondo che, anche in questo è duro e brutale e non risparmia il dolore dell'emarginazione a chi gia soffre il dolore della malattia.
    E seguendoli in questo loro "pellegrinaggio" ho scoperto da subito e con una violenza che mi ha tolto il sonno per molte notti, quantoi bambini siano la parte davvero più debole ed indifesa di tutto quel mondo. Non hanno colpa e non hanno difesa. Quando li ho incontrati, guardati, abbracciati era come se sentissi tutto il vuoto e il dolore che hanno dentro. I bambini di strada sono così, occhi a volte vivaci a volte offuscati dall'ombra della sofferenza, su corpicini tanto magri e leggeri che li prendi in braccio e neanche ti accorgi di averli sulle spalle. Eppure, con le poche energie che spesso hanno, ti sorridono, ti cercano, e ti accettano con una quantità d'amore e di gioia e di sorrisi che spesso noi non riusciamo ad esprimere in una vita intera , la nostra vita tanto impegnata.
    Entrare in quelle capanne, far visita a quelle famiglie ha significato scoprire un mondo in cui tutto ha un'altra dimensione, un'altra misura; la prima dimensione è quella della malattia, dei suoi segnali, dei livelli di CP4, che presto impari quanto siano importanti, dei segni sulla pelle lasciati dalle terapie antiretrovirali, dei corpi mai cresciuti di bambini gia quasi adolescenti. Ed è dura confrontarsi con tutto questo, duro assistere impotenti al dolore di un bambino febbricitante e indebolito dalla malattia. Ma in quei momenti ho scoperto, di nuovo, la POSSIBILITA'.
    La possibilità di garantire a questi bambini un'alimentazione completa e sana, fondamentale quanto le medicine per combattere il virus; di dar loro assistenza medica e cure quando le infezioni opportunistiche hanno la meglio; di far sì che non siano mai soli, ma che ci sia sempre qualcuno che si occupa di loro, anche quando, come spesso accade, i genitori non ci sono più o è rimasta solo la madre, anche lei sieropositiva , di aiutare i nonni che spesso tornano ad essere il pilastro attorno al quale ruotano queste famiglie spezzate o, spesso, i soli nipoti rimasti orfani dei genitori. Tutto questo è possibile, grazie agli uomini e alle donne di cui ho già detto e grazie ai progetti come questo, fatti di relativamente poco danaro, speso bene e in mani giuste.

    Ma la possibilità, in quei momenti, tutta mia personale, di donna, era anche quella di un abbraccio, di un sorriso, di una carezza su quei volti provati ma non meno desiderosi d'amore. La possibilità di abbracciare il corpicino bollente di un piccolo che vive assieme alla madre e al fratellino, in un villaggio non molto distante da Pondicherry. Ci hanno accolto come sempre con sorrisi, sguardi dolci e biscotti; io, che sono sempre molto (troppo forse) appiccicosa con tutti, ho abbracciato forte i piccolini, per iniziare un gioco, per farli divertire, ma subito ho sentito che il più piccolo scottava terribilmente. E allora mi sono fermata, mi sono seduta e l'ho accarezzato, lasciando che dopo qualche momento di diffidenza si abbandonasse alle mie carezze; perchè ci sembra banale, ci sembra scontato, ma quando sei piccolo e hai la febbre alta, le carezze sono una cosa meravigliosa e allora ti abbandoni, ti lasci andare anche se quelle carezze vengono da una sconosciuta bianca, che non ha niente a che vedere con la mamma, e che non hai mai vista prima.
    Ma quelle carezze erano carezze per il mio cuore, e sicuramente hanno dato più gioia a me che a quel piccolo febbricitante; hanno riempito di un amore infinito il cuore di una donna quarantenne, che in quel momento ha capito quanto si può fare, quanto lei stessa può fare per chi non ha, chi non vive ma sopravvive, chi aspetta, perchè non ha la forza per fare altro.

    Con alcuni dei bambini sieropositivi che abbiamo conosciuto durante i primi giorni, che rientrano del programma di home care, sia a Pondicherry che nei villaggi vicini, siamo poi riusciti ad organizzare una giornata alla spiaggia. Domenica pomeriggio tutti al mare, ad un mare non particolarmente ospitale, almeno secondo i nostri criteri, ma non per questo meno affascinate e divertente per quei piccoli, molti dei quali li per la prima volta. E allora vederli dapprima timorosi e poi totalmente pazzi contro quelle onde era come essere investiti da un'onda fatta non di acqua ma di amore ed energia e speranza.
    Tutto lo staff del SFDRT e noi impegnati a garantire la sicurezza di quei piccoletti che senza la minima paura si buttavano contro le onde , in un vortice di correnti che a me dava il panico assoluto!!
    E forse proprio per questo, o più semplicemente perchè eravamo felici, quando siamo riusciti a riportare i bambini sulla spiaggia, cambiarli e farli riposare, allora ci siamo lanciati anche noi contro le onde. Età media 35 anni, a gridare ridere e lanciarsi acqua come poco prima avevano fatto i bambini; eravamo felici, ero felice perchè sentivo dentro ancora una volta la possibilità di essere altro, di fare qualcos'altro, di darmi interamente a quei piccoli e di fare qualcosa per loro.
    E riportarli casa, alla sera, accarezzando per la prima volta il mio pensiero, quello che da allora non mi ha più abbandonato. Tornare, tornare e sentire di nuovo tutto questo.

    E nei giorni gli incontri si sono moltiplicati, altre donne, altre famiglie, altri bambini , ognuno con la sua storia, e ognuno segnato dalla malattia. Il progetto di home care della SFDRT / AIB permette loro di vivere degnamente, di nutrire i bambini, di curarli, e di avere assistenza materiale psicologica. Ed è con questa grande dignità che ogni volta mi sono sentita accolta, in queste dimore povere e spesso buie, dove però ho ricevuto sorrisi, e sguardi incuriositi ma benevoli.
    I bambini ridevano quando facevo la buffona (che mi viene benissimo) e giocavo con loro e facevo smorfie, e intanto le madri e i nonni mi guardavano stupiti , ma aperti e sorridenti. Sorrisi e luce negli occhi che si sovrapponeva continuamente al dolore e alla solitudine, alla mancanza di tutto.
    E un incontro in particolare in quei giorni ha nuovamente segnato la mia strada verso il ritorno in quella terra: una capanna, forse una delle più scure e buie, e dentro un fiore, una bambina bellissima e perfetta. Ma non di una bellezza esteriore, piuttosto della bellezza dell'amore; lei è sola con il suo anziano nonno, l' unica persona rimastale al mondo e che si prende cura di lei come appunto di un fiore. In quell'oscurità, quella capanna umida e buia quella bambina appare bellissima con il suo abitino pulito e in ordine, i capelli perfettamente raccolti, un fiore. Quel nonno, molto anziano e provato dalla malattia, è la salvezza e la speranza di questa bambina che dai genitori , scomparsi, ha ereditato solo una cosa, quell'assurdo virus che è più forte di tutto. Ma oggi lei ha una possibilità, e questa possiblità è fatta dall'amore di quel nonno così tenero e attento, e dal lavoro e dall'impegno di persone e progetti come questo. Abbiamo il dovere di aiutare questo nonno a dare una speranza alla sua nipotina."

    Elena Donati



  • Le volontarie con i bambini di Pondicherry

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    I piccoli mentre disegnano

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    La distribuzione degli alimenti per assicurare un'alimentazione corretta ai bambini malati

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    Grazie al nuovo centro d'accoglienza i bambini ora sono in un luogo sicuro e vengono seguiti nelle loro cure

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    La gita in spiaggia

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