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'Quello che ci rimarrà più impresso del nostro viaggio sarà la gente'

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Diario di viaggio di Sergio e Flavio, volontari in Cambogia

"aiutare i bambini" ha sostenuto a Siem Reap in Cambogia la ristrutturazione del reparto di accettazione e del pronto soccorso dell'Angkor Hospital for Children (AHC), con un contributo totale di 33.000 euro. I fondi sono stati raccolti durante la manifestazione di piazza "Babbo Natale per un giorno", che è avvenuta il 2-3 dicembre 2006 in 170 piazze italiane. Oggi i lavori di costruzione del pronto soccorso sono terminati grazie all'aiuto dei tanti donatori e volontari che hanno contribuito al progetto nel corso della manifestazione.

A fine febbraio due nostri volontari, Sergio Pirola e Flavio Olivelli, hanno compiuto un'esperienza di volontariato di un mese presso l'Angkor Hospital e ci hanno scritto di recente per raccontarci la loro testimonianza:

"Un sorriso, magari accompagnato da un leggero soffio di aria dal naso, questo è quello che ci capita quando ripensiamo, magari anche in solitudine, a qualche aneddoto riferito alla nostra esperienza a Siem Reap.

Siamo atterrati a Siem Reap il 28 Febbraio. Caldo, torrido, al primo impatto insostenibile, appena scesi dall'aereo nemmeno gli occhiali da sole impedivano che la luce ci abbagliasse. Mano chiusa a mo' di visiera sulla fronte, cerco di leggere cosa indica il termometro digitale sul tetto del terminal: 36 gradi, 28 in più di Milano, uff.. Ci viene subito incontro un uomo, occidentale, sorridente, e all'apparenza divertito dalla nostra gestualità che dimostrava la nostra insofferenza al clima. E' David Shoemaker, infermiere americano trasferitosi in Cambogia definitivamente 6 anni fa e da 3 direttore dell'ospedale di cui saremo ospiti.

David ci accompagna in auto fino alla nostra sistemazione e prima di lasciarci ci dice che la sveglia sarà alle 6.30, in ospedale pronti massimo alle 7.15, io e Flavio ci diamo un'occhiata: di sicuro non sarà un mese rilassante! L'indomani David ci accoglie col resto dello staff amministrativo, i cui compiti sono, oltre alla gestione dell'ospedale, quelli di cercare continuamente fondi per l'ospedale e di organizzare la permanenza dei volontari che arrivano da tutto il mondo. Ci attaccano sul petto un cartellino di riconoscimento e ci presentano ai due chirurghi coi quali lavoreremo durante la nostra permanenza a Siem Reap.

Il timore reverenziale al quale siamo abituati nel momento in cui ci viene presentato un medico col quale non abbiamo mai lavorato viene subito spazzato via dai sorrisi e dalla cordialità di Wu Thy e So Phy. Con loro condivideremo la maggior parte della vita in ospedale.
La nostra giornata tipo in ospedale consisteva nell'occuparsi o del programma di sala operatoria o dei pazienti che arrivavano per urgenze in pronto soccorso. Sembravano compiti abbastanza ordinari per la nostra esperienza, dopo migliaia di ora passate in ospedale a Milano a svolgere l'una e l'altra mansione pensavamo di essere ormai abbastanza navigati. ancora non avevamo idea di tutte le cose letteralmente incredibili con le quali ci saremmo dovuti confrontare.

La Cambogia è un Paese (anche per "merito" del regime dei Khmer Rouge, coi suoi folli ideali) estremamente legato alle proprie credenze e tradizioni, soprattutto nel cosiddetto "country side" (il territorio rurale nel quale vivono il 90% dei cambogiani). Questo bagaglio culturale è legato a doppio filo alla vita quotidiana della gente, facendole rifiutare qualunque cosa esuli da ciò che loro già conoscono. Un esempio è la figura del "Kruck Khmer". Il Kruck Khmer (letteralmente "dottore khmer") è la figura detentrice della sapienza medica tradizionale. Ogni villaggio o gruppo di villaggi ne ha uno, e qualunque abitante stia male o si ferisca, si rivolge a lui nella convinzione inattaccabile che non esista persona al mondo in grado di aiutarlo meglio. Il pronto soccorso dell'AHC si trova così ogni giorno a dover accettare decine di pazienti che dopo aver passato più o meno giorni nella casa di un Kruck Khmer, finalmente, dopo aver puntualmente notato l'inefficacia delle cure, trovano il modo di farsi trasportare in ospedale (su muli, vani posteriori di camion o carri di legno), dove spesso i medici devono risolvere gravi complicazioni dovute al periodo di tempo passato tra l'insorgere del problema e l'arrivo del paziente in ospedale.

Altro esempio di triste stranezza che ci siamo trovati a dover fronteggiare durante i primi giorni in ospedale è stato il davvero sorprendente numero di operazioni programmate su bambini giunti in ospedale con ustioni gravi. L'inspiegabilità del fenomeno ci è poi stata chiarita da So Phy: a causa dell'improvvisa ondata di freddo che ha avvolto la Cambogia durante la settimana precedente al nostro arrivo (temperatura minima 26 gradi!) le famiglie per riscaldarsi durante la notte accendevano abitualmente dei falò all'interno di palafitte o capanne e sistemavano i bambini vicino al fuoco. Ciò che purtroppo succede assai spesso è che il bambino nel sonno tende a muoversi col risultato che i vestitini prendono subito fuoco, con immaginabili terribili conseguenze. Davvero un altro pianeta per noi.

In tutto questo tuttavia la cosa che più ci rimarrà impressa del nostro viaggio sarà la gente, i cambogiani. Quando sulla Lonley Planet si legge "popolo cortese ed ospitale" non ci si fa tanto caso, ma una volta lì, dove qualunque passante a cui capiti di incrociare il tuo sguardo ti sorride e ti augura "buona vita", dove tutti si fanno in quattro per metterti a tuo agio ed aiutarti (senza peraltro aspettarsi nulla in cambio), dove nonostante l'estrema povertà in cui la stragrande maggioranza della popolazione vive ben più di una volta siamo stati invitati a cena da pazienti a cui magari mettevamo solo un cerotto. solo allora ci si rende conto di che popolo meraviglioso sia.

Durante la nostra permanenza ad Angkor abbiamo inoltre preso parte in qualità di volontari medici ad alcuni progetti gestiti dall'ospedale, come ad esempio l'"home care", progetto di visite a domicilio e fornitura di farmaci per i bambini con malattie croniche (il più delle volte AIDS) che per motivi economici non possono permettersi di spostarsi di volta in volta per andare in ospedale per i controlli periodici. Ogni due settimane due jeep con a bordo un infermiere, un medico e un interprete ciascuna, trascorrono la giornata nel "country side" passando di casa in casa a monitorare lo stato dei piccoli pazienti, a valutare la qualità delle cure che ricevono da chi si occupa di loro quotidianamente e a controllare che assumano le medicine nel modo corretto.

Davvero ammirabile è la capacità di gestione dell'ospedale da parte dello staff non sanitario, impegnato per giorno nel raccogliere fondi, nel continuo tentativo di espandere il numero di malati ricoverabili al giorno e nella ricerca di nuovi medici cambogiani da assumere e di medici occidentali che abbiano voglia di andare laggiù a fare della formazione. Lo scopo ultimo dell'ospedale infatti, sancito fin dal giorno della sua fondazione, è di rendere lo staff locale in grado di gestire tutta la struttura in modo completamente autonomo. Purtroppo si era stabilito che il limite ultimo dovesse essere la fine del 2007 ma secondo David, nonostante l'intensificazione degli sforzi messa in atto negli ultimi due anni, i tempi non sono ancora maturi e ci vorranno ancora almeno 4-5 anni per portare a termine il processo di formazione del personale cambogiano e lasciare tutto quanto in mano a loro senza abbassare la qualità del servizio. Per fare questo servono molti fondi in modo da poter lasciare l'ospedale al meglio delle sue potenzialità, sia dal punto di vista delle infrastrutture, sia dal punto di vista della preparazione del personale.

L'Angkor Hospital for Children porta avanti ormai da anni una missione che non può essere che ammirabile. L'ospedale oltre ad essere punto di riferimento nazionale per la cura e la tutela della salute dei pazienti pediatrici, impiega anche moltissimo impegno e risorse in formazione medica e paramedica per le nuove generazioni, campagne di informazione e istruzione gratuita per la popolazione, ricerca continua di donatori di sangue e numerose altre iniziative.

In una Nazione che ha tante ferite ancora aperte, l'AHC è una speranza a cui la gente sa di potersi aggrappare in caso di bisogno e un aiuto irrinunciabile per continuare a percorrere la via verso l'ordine e il progresso che la Cambogia ha avuto il coraggio di cominciare 19 anni fa. L'ospedale è un segnale forte per tutta la popolazione, una piccola casa dai muri colorati ricostruita nel mezzo di una zona rasa al suolo da un bombardamento, significa, semplicemente: "ce la possiamo fare!"

Sergio Pirola e Flavio Olivelli - Febbraio-Marzo 2007

I volontari nel mondo di "aiutare i bambini" visitando i progetti possono mettere le proprie competenze al servizio dei responsabili locali

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Alcuni dei bambini incontrati a Siem Reap da Sergio e Flavio

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