SERBIA: 'D'incanto le diversita' si dissolvono...'
"aiutare i bambini" sostiene a Prokupljie un progetto di adozione a distanza di un gruppo di 126 bambini Rom e un progetto di sostegno alla scuola speciale "Sveti Sava" per bambini Rom con handicap.Giuseppe Avino, insieme a Giuseppe Invernizzi, quest'anno ha deciso di tornare a visitare i bambini coinvolti nei due progetti e di ripetere l'esperienza di volontariato, condotta un anno fa a Prokupljie.
Siamo felici oggi di poter condividere con te questo estratto del suo bellissimo diario di viaggio:
«Italia 21 aprile 2007: L'orco e la bambina
Gag da clown. Scelgo "L'orco e la bambina", come favola da portare ai bambini. Nella storia l'orco si aggira nel bosco affamato ed iroso. Scorge Cappuccetto Rosso addormentata ai piedi di un albero, saltella baldanzoso pregustando il pranzo assicurato ma, mentre sta per mangiarla, la bambina si sveglia e gli dà un bacio. L'Orco, a causa del gesto inatteso, subisce una metamorfosi, si siede accanto alla bambina, che cerca di baciarlo di nuovo. E' timido e si schermisce, poi si danno la mano e si allontanano saltellando fanciullescamente.
Prokuplje 20 aprile 2007
Arriviamo a Prokuplje nel primo pomeriggio. Ricordiamo tutto perfettamente, come se mancassimo da pochi giorni. Un'ora di riposo e poi all'asilo. Alla nostra vista i bambini sono disorientati, ma in poco tempo riprendono confidenza e giochiamo con loro. Sono tutti cresciuti, alcuni sono nuovi. In Occidente siamo abituati all'idea che crescendo un bambino sia sempre più florido o, comunque, che il suo fisico continui, e sempre più, ad esprimere salute. Rivedendo questi bambini, invece, si nota in molti una sorta di crescita/invecchiamento, e ciò non deve meravigliare se ricordiamo che l'età media di un Rom è 49 anni. Pensiamo che possa derivare dalle abitudini di vita familiare, dalle carenze alimentari e, in poche parole, da una vita molto diversa dalla nostra, che ci è sempre sembrata l'unica possibile, nel nostro idiota misurare tutto con noi stessi. Ma gli occhi sono sempre quelli, meravigliosamente neri.
Denis. Una delle novità principali è che Denis sta meglio. Non fa più il selvaggio, va all'asilo volentieri ed anzi vi rimarrebbe sempre e gli educatori fanno fatica a mandarlo via alla sera. Quando mi vede, scappa, ma poi si avvicina da solo, si acquatta alle mie gambe. Però non vuole andare a scuola, ma solo all'asilo.
Il padre è tornato a casa con un'altra donna, mentre della madre non si sa niente. Oggi, quindi, Denis vive con lo zio, con il padre, il fratello Dragan ed una sorella, Lilia, di tredici anni, che ha sempre avuto, ma che non sappiamo da dove sia spuntata. Denis è quasi incollato all'asilo fino a quando chiude. Dice che vorrebbe venire in Italia. Gli spiego che in Italia è uguale: ci sono i bambini che giocano a pallone, le scuole, i maestri. Chiedo che cosa crede che ci sia in Italia, ma non risponde.
Arriva Mària Avramovic con Christian, il bimbo di un anno che l'anno scorso di questi tempi era appena nato. E' bellissimo, cicciotello e con i capelli ritti in testa come se avesse una parrucca. Prendo in braccio lui ed Angela e li faccio girare come sulle giostre. Christian allora ride a singhiozzi, proprio come il mio Giacomo di due anni.
E la sua risata mi riporta a stamattina, quando, svegliatomi molto presto, nel silenzio della città ancora inerte, ho sentito il verso del cuculo uguale a quello che sento sempre dalla mia camera in Italia. D'incanto le diversità si dissolvono e tutto diventa senza importanza davanti a questo unico stare insieme nella stessa condizione di uomini.
23 aprile
La mattina all'asilo giochiamo con i bambini.
Quando mi vedono, alcuni si rannicchiano vicino a me, altri mi prendono per mano e mi seguono ovunque. Non sanno che ho solo due mani. Poi esclamano "ìgramo lopta" (giochiamo a palla). Anche quando mi nascondo per riposare per qualche minuto, mi trovano e mi trascinano a giocare di nuovo. Sono gelosi: se sto con l'uno, l'altro si offende e devo andare subito a consolarlo, ma intanto l'altro si offende e devo giustificarmi con il primo perché devo andare a consolare l'altro. Giuseppe cucina quattro chili di spaghetti al pomodoro per tutti i bambini.
Dopo pranzo
L'asilo sospende l'attività fino alle 15. Quasi tutti i bambini se ne vanno. Alcuni vanno a scuola, altri a casa, per poi tornare nel pomeriggio o la mattina dopo. La calura ed il silenzio fermano quasi il tempo. Denis come al solito non si muove dall'asilo. Comunichiamo con lo sguardo. Vorrebbe che stessi sempre e solo con lui. C'è qualcosa di speciale in lui che mi commuove. L'anno scorso con lui abbiamo passato le ultime ore prima di partire, non solo comunicando ma quasi spingendo verso di lui come le onde i nostri sentimenti, non conoscendo la sua lingua. Sembra incredibile ma Denis ha raccolto quella comunicazione con gli occhi e ci ha aspettati. Il suo sguardo muto mi apre il cuore e schiude una sorta di fenditura nella realtà, in cui si rivela una dimensione ineffabile ed incommensurabile, in cui non c'è tempo, ma solo inspiegabile gioia.
Per stare da solo vado sul retro dell'asilo e mi fermo a guardare lo stagno sotto di noi e la grande spianata della discarica, gli uccelli neri, il gracidio delle rane e lo starnazzare della anatre selvatiche sotto il cielo azzurro, l'aria secca, in silenzio. Fa molto caldo. Mi scendono delle lacrime, mi siedo a terra in cerca di riposo e di sfogo, dopo avere incontrato qualcosa che non so dire.
24 aprile
La mattina andiamo alla "scuola speciale" (per adolescenti con handicap), che, grazie all'aiuto della Fondazione, ha cambiato aspetto: il cancello e l'inferriata, il giardino curato, i giochi, il campetto di calcio, la riverniciatura della struttura.
I bambini organizzano una danza tipica in costume per noi nella palestra della scuola, una grande stanza rettangolare, con parquet, affacciata sul giardino e molto luminosa. Parliamo con il direttore e con una giornalista che ci intervista sull'attività della Fondazione. Torniamo all'asilo e giochiamo. Con l'aiuto di Goran, uno degli educatori (che parla anche inglese), proviamo "L'orco e la bambina". Poiché è molto breve e molto divertente, l'idea è di farlo prima io ed Angela e poi di farlo fare a tutti i bambini a turno e di dilatare in qualche modo il testo (che prevede solo due personaggi) per coinvolgere molti bambini. Facciamo proprio così. I bambini si divertono a vedermi deformato da mostro avvicinarmi a loro ed "assaggiarli", dirigendomi insoddisfatto poi verso l'"appetitosa" bambina. Si divertono molto anche nell'impersonare, dopo di me, il mostro che "assaggia" i compagni di scuola, ma non gli piacciono.
25 aprile
Di mattina andiamo alla "scuola speciale" per l'incontro-gioco (almeno come me lo figuro io) con i bambini alla fine delle lezioni. Stavolta la cosa non è semplice. Non sono bambini piccoli e sani come quelli dell'asilo, ma adolescenti con handicap e ritardi, con livelli di attenzione che si esauriscono presto, sicché bisogna essere sintetici, leggeri e penetranti. Non ho la minima idea di cosa farò, ma ho un'insolita fiducia e devo fare presto, perché stanno allestendo la palestra e disponendo il pubblico, in cui si trovano non solo i bambini, ma anche gli insegnanti ed il direttore. Percorro il lungo corridoio lentamente, concentrandomi e pregando perché mi venga un'idea. Un'insegnante mi mostra i disegni dei bambini. Me ne faccio dare una ventina. Poi, lungo il corridoio che ci separa dalla palestra allestita per l'incontro, l'idea mi arriva come un lampo da cielo.
Quando i ragazzi sono pronti, io seduto per terra, con Anita accanto, racconto loro come mi chiamo e che a casa ho due bambini con i quali spesso faccio il gioco che sto per spiegare loro. Distribuirò un disegno a testa ed inventeremo una storia partendo da quei disegni: ciascuno dovrà guardare il disegno ed immaginare un frammento della storia, come se quel disegno fosse il fotogramma di un film, che poi il bambino successivo dovrà proseguire. Anita traduce tutto. Il risultato è ottimo e la partecipazione è quasi totale. E' stupefacente che proprio i bambini che sembrano più introversi e difficili da avvicinare, trascinati nella dimensione della fantasia siano i più immaginifici. Alla fine un'insegnante giovane, Mària, mi spiega che non avevano mai fatto nulla di simile, che li ha meravigliati, che ha sovvertito le loro regole non scritte e mi chiede quale sia il mio lavoro in Italia.
Grande gioia. Salutiamo i bambini-adolescenti della scuola speciale e raggiungiamo l'asilo dei piccoli.
Il regalo di Anita
Dopo lo spettacolo Anita mi trae in disparte. Esordisce con un ringraziamento per le nostre attività con i bambini. Spiega che sono abituati a ricevere regali anche da altre associazioni internazionali, che, però, solitamente depositano materiale per i bambini, scattano fotografie e se ne vanno. Aggiunge che invece noi non abbiamo portato alcun regalo, ma stiamo tanto tempo con i bambini, che, grazie a questo, lo sguardo dei bambini e le loro espressioni anche corporee sono cambiate. Li vedono ridere, piangere per la gelosia e soprattutto (e questo è veramente singolare), osservano che per la prima volta nessuno di loro ha chiesto che regali i visitatori stranieri avessero portato loro: il che sempre chiedono quando arrivano le associazioni internazionali. Queste parole sono uno dei più grandi regali e valgono da sé il viaggio e la fatica di organizzare la nostra presenza qui.
Con i bambini abbiamo scambiato regali che non si vedono e non si toccano ed i bambini magicamente si sono saziati e per questo non hanno cercato altro e noi non cerchiamo altro che queste parole di Anita.
26 aprile
Al mattino incontriamo il responsabile delle finanze del Comune, che dichiara la propria fiducia nell'asilo e che il contributo del Comune continuerà. La posizione topografica dell'asilo è significativa. E' posto su un piano inferiore della città, a livello della discarica abusiva. Dalla città pulsante, ma povera e fatiscente, quella viuzza di 200 metri discende in un luogo vergognoso, evacuato dalle menti dei cittadini, come se tutti sperassero che un giorno quel quartiere si stacchi da solo e vada e si inglobi con la discarica. Un simile abbandono morale distrugge molto più della povertà e della malattia, perché è un nemico che non si vede e non si tocca e che, per questo, può combattersi solo con l'inesorabile opera 'distruttiva' dell'amore.
Vicino alla discarica, nel ghetto di Prokuplje, sotto il livello della città, stiamo semplicemente ai banchetti con i bambini, l'uno accanto all'altro ed il tempo scorre lento e leggero, come una brezza tiepida, mentre la Storia è lontana e non ci tocca.
Non c'è da preoccuparsi quando si sta con questi bambini, che ci chiedono solo di "esserci". Non ci si deve preoccupare di fare, si può stare senza fare niente e sentire scivolare addosso un tempo immobile fra grida, sguardi neri e sorrisi.
La mattina prima della partenza
Andiamo all'asilo a salutare i bambini. E' l'unica mattina in cui non abbiamo la forza di giocare. Lascio appeso il naso rosso da clown vicino alle foto nostre dell'anno scorso. Spiego che così ogni volta che lo vedranno penseranno a me. Abbiamo fatto così poco per loro e specialmente per pochissimi di loro. Qui intorno ci sono interi villaggi di profughi abbandonati, spesso provenienti dal Kosovo, senza di che vivere, con tanti bambino ovunque, la breve esistenza dei quali è ignota al resto del mondo. Ci volevano accompagnare a visitarli, ma abbiamo rifiutato.
In questi giorni mi è stata compagna una favoletta molto semplice e breve, che ho sentito una sera alla radio tanti anni fa. Un mattino presto, dopo una violenta tempesta notturna, il bagnasciuga era coperto di migliaia di stelle marine, abbandonate dalla mareggiata, che, lontane dall'acqua, lentamente morivano. Un uomo passeggiava sulla spiaggia; ogni due tre passi raccoglieva con delicatezza dal mucchio una stella marina di quelle ancora vive e la buttava in mare il più lontano che poteva. Gli si avvicina un ragazzo e gli chiede: "perché fai questo? Se salvi una stella marina su tante centinaia, cosa cambia?" L'uomo nel frattempo, quasi non badando a quelle parole, raccoglie un'altra stella marina. Guarda il ragazzo, poi guarda la stella marina e risponde: "Per questa cambia". E getta in mare la stella marina più lontano che può.»
Giuseppe Avino
Per saperne di più sulle adozioni a distanza »
Giuseppe, volontario a Prokupljie, insieme ai bambini dell'asilo Rom, sostenuto da "aiutare i bambini" attraverso un'adozione di gruppo
Alcuni dei bambini coinvolti nell'adozione a distanza di gruppo.
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Un'immagine del quartiere in cui vivono emarginati i bambini
Alcuni alunni della scuola speciale in una delle aule ristrutturate grazie a "aiutare i bambini"

