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Diario dalla Serbia: ci scrive Giuseppe Avino, nostro volontario

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"aiutare i bambini" sostiene a Prokupljie un progetto di adozione a distanza di un gruppo di 100 bambini Rom e un progetto di sostegno alla scuola "Sveti Sava" per bambini Rom con handicap.

Giuseppe Avino nell'aprile 2006 si è recato a Prokupljie per visitare il progetto, conoscere i bambini sostenuti e sostenere un'esperienza di volontariato in Serbia.

Questo è il suo diario di viaggio, che ha deciso di condividere con noi:

29 Aprile 2006, Belgrado-Prokuplje
Arriviamo a Belgrado dopo un'ora e un quarto di volo. Viene prelevarci all'aeroporto Dusan, il responsabile del progetto. Contemporaneamente abbiamo spedito circa quaranta scatole di beni diverso genere, prevalentemente strumenti educativi per la scuola. Arrivati a destinazione li distribuiremo fra l'asilo e la "scuola speciale".
Dopo altre tre ore e mezzo di tragitto in macchina arriviamo a Prokuplje. L'ospitalità è incantevole.

Nel pomeriggio ci portano in visita alla "discarica", vicino ad uno dei due grandi quartieri Rom e all'asilo Rom, che la Fondazione finanzia. Da lontano si vedono bambini sui monticelli di spazzatura. L'asilo invece è bellissimo. Uno chalet di legno (costruito infatti dallo Stato Svizzero) che sorge sul confine tra un quartiere della città (abitato prevalentemente dai Rom, ma anche da Serbi) e l'enorme discarica. E' una costruzione nuova, che la Svizzera e l'Unicef hanno costruito a lasciato lì inutilizzato e che la Fondazione ha avviato. E' aperto ogni giorno dalle 8 alle 15. Accoglie bambini di tutte le età, preferibilmente tra i 5 e i 12 anni.
Sono spaesato ed osservo tutto. Non commento, soprattutto con me stesso. Fermo il pensiero, fermo la vita che ho sempre fatto, ma sento il cuore battere e capisco che è l'unico organo che mi sosterrà in quest'inferno.
Esco dall'asilo per pochi metri e trovo bambini ovunque. Voglio giocare con loro. Sento che vogliono conoscermi; allora, non parlando la loro lingua, li saluto, gli sorrido e comincio a contare in italiano ad alta voce e loro ripetono i numeri con me. Diventa il gioco più banale, come una filastrocca, un modo per familiarizzare ed ottenere la loro fiducia.
Sono belli, socievoli, sorridenti.

30 aprile
Il mattino entriamo nel quartiere Rom vicino alla discarica. Arrivano subito decine di bambini di tutte le età, dalla carnagione scura ed occhi meravigliosi, sporchi, con sandali rotti, ciabatte, scarponi da adulto senza lacci o senza scarpe. Anita e Dusan ci conducono ad una della baracche. La Famiglia Abramovic, una delle più povere visitate: nove bambini, la mamma ed il papà. Dopo una staccionata si accede ad un misero piazzale e poi alla baracca. Entro. L'odore soffocante di stalla, stracci ovunque. Bambini di diversa età. Alcuni pagliericci per terra, tappeti, un padre ed una madre in piedi sorridenti con l'ultimo nato dei nove figli, che ha un mese. La mamma mi mostra il neonato, me lo porge, lo prendo in braccio. Per una frazione di secondo la sua immagine si sovrappone a quella del mio bambino più piccolo, Giacomo, che è come lui e che adesso è con la mamma a casa. Questa sovrapposizione si ripeterà molto spesso. Devo sorridere e lo sforzo è enorme, perché siamo lì ad aiutarli non a piangere con loro. Cerco di esprimere che ci rivedremo presto. Esco e furtivamente mi asciugo le lacrime, supero la staccionata e raggiungo il resto del gruppo.
Il resto del quartiere ha costruzioni simili: baracche o cubi di cemento ad un piano, ma non riesco a togliermi dalla mente quella famiglia di undici esseri umani che vivono in una stalla.

Torniamo all'asilo. Gioco a pallone con due bambine di dodici anni, cui si aggiungono altri due bambini. Ci capiamo subito. Vogliono solo giocare. I bambini sono uguali in tutto il mondo: vogliono essere guardati, accarezzati, toccati, presi in braccio. Vogliono fare il "girotondo" quasi volando, vogliono sedersi vicino a noi e toccarci e poi correre subito a prendere il pallone. E durante il gioco mi chiamano "Giuseppe" come se mi conoscessero da anni.
Capiamo presto che l'aiuto più grande che si possa consegnare a questi bambini è costruire centri di aggregazione e di educazione come questi, in cui possano stare insieme e soprattutto possano trovare educatori che abbiano attenzioni per loro ed insegnino loro regole e nozioni che non possono trovare in famiglia. Due dei successi più grandi ottenuti di recente con i bambini è che hanno iniziato a parlare il serbo ed hanno imparato a lavarsi.
Quest'asilo è una delle cose più belle che abbia mai visto.

3 maggio
Visitiamo la "scuola speciale", 2° progetto in corso, dedicato ai bambini handicappati. E' in buone condizioni di costruzione, dalla forma di chalet di legno ad unico piano, come l'asilo.
Dopo l'entrata si percorre un corridoio di circa 25 metri, ai lati del quale vi sono una quindicina di aule. Portiamo televisori, computer ed altre attrezzature per la scuola, che in realtà sono piccola cosa rispetto al fabbisogno della scuola. Poco dopo arrivano giornalisti e telecamere. Teniamo una conferenza stampa, che verrà trasmessa in un inserto nel telegiornale locale e nazionale.
I bambini hanno fra i 7 ed i 15 anni e sono per la maggior parte Rom, affetti da ritardi di sviluppo psichico, lievi difetti motori, patologie uditive, alcuni con Sindrome di Down. Alcuni dei disturbi sono stati causati dai traumi delle guerra.
Nel pomeriggio i preparativi per la festa di domani all'asilo: sarà il mio quarantesimo compleanno e si rivelerà uno dei più bei giorni della mia vita. Andiamo a chiedere a molte famiglie Rom che non mandano solitamente i bambini all'asilo di mandarli domani per la mia festa: con la mia festa forse riusciremo a pubblicizzare maggiormente l'asilo. Andiamo personalmente ad invitare la Famiglia Abramovic (la baracca con nove bambini).
Verso sera chiedo di rimanere da solo a casa, per concentrarmi sulla giornata di domani, perché so che sarà speciale. Devo lasciare qualcosa ai miei bambini: scrivo una favola sulla libertà.

4 maggio
Oggi è il mio compleanno: 40 anni. Arriviamo all'asilo vero le 11 di mattina. Ci sono già 88 bambini ad aspettarci. Lo spettacolo è incredibile: la festa più bella che abbia mai avuto. Il rapporto con i bambini non si può dimenticare. Hanno bisogno di contatto fisico, mi prendono le mani, mi toccano, mi stanno vicino sui banchi della scuola.
Il risultato è stupefacente: vengono alcuni dei bambini che non erano mai stati mandati all'asilo dalle famiglie. Tre dei bimbi della famiglia Abramovic, tirati a lucido: i genitori si sono sempre vergognati di mandarli all'asilo, ma oggi ne hanno lavati e vestiti tre e li hanno mandati. Durante la festa, prima del taglio della torta è il momento di raccontare la favola.
Il cuore esplode di gioia ed annulla le parole. Quando siamo con loro siamo felici e non ci accorgiamo che i bagni non funzionano, che alcuni di loro sono senza scarpe, che i neon mancano e che non mangiano abbastanza. Sono bambini che non hanno nulla.

"Giuseppe!" sento dietro di me: mi conoscono da sempre, mi aspettavano ed io aspettavo loro. Non so dire loro che fra due giorni non sarò più con loro e non so se tornerò. Sono sicuro che a loro dispiacerebbe, ma non tanto, perché sanno cos'è la vita e perché sono abituati alla sua durezza.

6 maggio
Ci segue il piccolo Denis, un bambino Rom, che abbiamo incontrato per strada qualche giorno fa. Con lui gioco è sempre così: fa il selvaggio, mi scappa, si fa rincorrere, poi si fa prendere, si fa prendere in braccio, poi scappa di nuovo e si nasconde. Avrà sei anni come il mio bambino che adesso è a casa con la mamma. Ha gli occhi azzurri ed i capelli rasati. In questi giorni qualcuno di noi lo ha sorpreso per la strada a chiedere l'elemosina, ma lui si è nascosto per pudore istintivo, come se avesse commesso una marachella, visto che va anche all'asilo.
La nostra amica per farlo felice gli regala delle monetine. E' felice come quando il mio bambino riceve dei regali. Guarda quelle monete con la gioia con cui i nostri bambini guardano i giocattoli appena scartati dai pacchetti a Natale. Le conta, poi le riconta, le passa nell'altra manina, poi le conta di nuovo e poi le infila nella tasca dei pantaloni da ometto.
Guardo questo piccolo innocente Gesù, nato per scherzo del destino in quest'inferno senza genitori e per strada, gioire nel contare monete senza valore.
Non ce la faccio più. Mi volto e mi allontano. Scoppio in singhiozzi. Domattina partiremo. Denis è l'ultimo bambino che incontriamo. Ricomincia a piovere. Lo portiamo con noi per un po' sbandati sotto la pioggia. Domani partiremo. Vogliamo comprargli qualcosa da mangiare. I negozi sono chiusi. Gli compriamo un po' di biscotti e cioccolate in un chiosco, poi gli diamo altre monetine. Domani partiremo.
Ci sediamo sui gradini sotto un portico. La pioggia continua. Domani partiremo. Non me ne andrei più. Siamo seduti l'uno accanto all'altro. Io ho solo un desiderio: che questo piccolo capisca che noi gli abbiamo voluto bene e che non lo dimenticheremo mai.
Lo salutiamo mentre si avvia verso casa.

Italia
Da quando sono tornato non c'è stato un solo giorno in cui non ho pensato a quella gente, perché in quei luoghi per dieci giorni mi sono sentito felice e non so perché. La gioia del perdere tutto per tutto trovare, del "ritorno", del tornare bambino. O come chi attende per tanto tempo di incontrare l'amore della vita e prega per incontrarlo e, dopo che improvvisamente lo ha incontrato non pensa che a quell'amore. E non sa perché.

Grazie a chi ha reso possibile questa nostra unica esperienza di cui speriamo di essere stati degni. Ciao Dennis.»

Giuseppe Avino

Immagini di Giuseppe Avino da Prokulpjie

Immagini di Giuseppe Avino da Prokulpjie