DIARIO DALLO SRI LANKA: ed è di nuovo guerra...
In agosto, mentre la comunità internazionale seguiva la guerra in Libano, nel lontano Sri Lanka è riesploso un conflitto che da alcuni anni si sperava sedato. Gli scontri sono cominciati un mese fa, il 26 luglio, quando l'aviazione dell'esercito ha iniziato a bombardare alcuni distretti del nord-est dell'isola, dove è concentrata la maggior parte della popolazione della minoranza tamil (induista, di origine indiana) e dove sorgono le principali basi delle Tigri di Liberazione Tamil (LTTE), un gruppo indipendendista che dal 1976 lotta per la creazione di uno stato Tamil.In un mese i bombardamenti e gli scontri tra l'esercito governativo e le milizie tamil hanno provocato più di 650 morti e costretto oltre 200mila persone ad abbandonare le loro case e a cercare rifugio spostandosi verso sud. Il 7 agosto sono stati uccisi anche 17 operatori dell'ONG francese "Action contre la faim". Gli scontri rappresentano un'ulteriore e gravissima violazione della tregua firmata nel 2002 dal governo e dalle LTTE ed ufficialmente ancora in vigore. Di fatto però, oggi lo Sri Lanka è ripiombato nella guerra civile. Le principali ONG e organizzazioni umanitarie, arrivate numerose a seguito dei progetti avviati per la ricostruzione post-tsunami (2005) anche nella zona tamil, sono state costrette a far rientrare i propri operatori. Le testimonianze indipendenti sono rarissime, e gli operatori occidentali presenti in loco rischiano ogni giorno di venir travolti assieme alla
popolazione dall'acuirsi del conflitto. Giovanna Sgualdino, referente di Perilmondo Onlus e responsabile, insieme a Ramesh Kalaichelvan, del progetto di adozione a distanza sostenuto da "aiutare i bambini" nella scuola di Alamkulam (distretto di Vakarai, nella zona orientale di Sri Lanka, in pieno territorio tamil) è in questi giorni in Sri Lanka, tentando di raggiungere la scuola di Alamkulam.
Questo il suo drammatico racconto:
19 Agosto 2006, Batticaloa - nord-est dello Sri Lanka, ore 21.30
«LA MIA PRIMA VOLTA
Nella mia vita ho immaginato di tutto, il primo giorno di scuola, la prima volta con un uomo, il primo giorno di lavoro, il primo figlio. Ma, a quasi 36 anni, ecco la mia prima volta sotto le bombe, cosa cui non avevo pensato. Impressionata dai racconti dei miei nonni e dei miei genitori i tempi di guerra li ho sempre sentiti molto vicini. Provo un grande ripudio per tutti i conflitti, ne sono disgustata, ma evidentemente attratta. O non sarei qui. In parte per fare il possibile per combatterla, questa guerra, in parte per capire dall'interno cosa si prova ad esserci in mezzo e per raccontarla a chi non l'ha mai vissuta.
Da circa un'ora si sentono esplosioni, a me sembrano vicinissime, ma Ramesh mi assicura che sono lontani abbastanza. Rumori sordi, tonfi pesanti e cupi che ogni volta mi risuonano fin nelle viscere. Eravamo a tavola, Ramesh ha abbassato il volume della TV per capire da dove venivano, io ho guardato sua moglie, sguardo tranquillo e rassicurante. Abbiamo ripreso a cenare, ma dovevo avere il terrore stampato in faccia. E ho provato vergogna perché ero terrorizzata di fronte a persone che vivono la guerra da anni.
Le esplosioni sono continuate. Ramesh mi ha riaccompagnata alla guest house con la moto, mi sono stupita di vedere circolare biciclette, macchine e tuk tuk, buio pesto, ma stelle brillanti e insegne luminose dei negozi. A metà strada Ramesh si è frugato nella tasca sinistra, ha estratto un rosario. E anche di questo mi sono vergognata: di non aver pregato e di non avere una fede che mi sorregga e un Dio cui chiedere aiuto quando ce n'è davvero bisogno. Sono cresciuta in una famiglia cattolica, non praticante, ma certamente credente... ., e da qualche parte una forma di fede in qualcosa mi deve essere rimasta se ora mi ritrovo a pensare che resterò sveglia a pregare e a provare vergogna per non averlo fatto prima. Adesso so perché Alice Mary e Ramesh hanno dato alla luce cinque bambini, pur con tutte le difficoltà e i problemi: i loro bambini sono un inno alla vita e alla speranza, in un paese dove la vita è continuamente spezzata e negata.
Oggi sono stata dai bimbi di Alankulam. A far nient'altro che giocare e stare un po' con loro. E per incontrare i genitori di Jokarani, il ragazzo rapito dai ribelli di Karuna due settimane fa. Nessuno può far nulla, mediare con i soldati di Karuna sarebbe come legittimarne il potere e avere le Tigri addosso. Forse Jokarani stanotte combatte dove esplodono le bombe. Suo padre, appena mi ha vista, è scoppiato a piangere. E non ho da dire nulla alla madre, seduta per terra, lo sguardo perso nel vuoto, la mente altrove, lontana anni luce.
Mentre scrivo, sembra che la situazione si sia calmata. Ramesh diceva che probabilmente si combatte nella zona di Kannankudah. Solo ieri dopo due settimane, avevano riaperto le strade e questa mattina Ramesh era riuscito ad arrivare fino ai bambini della sua scuola, che sono scappati con i genitori dal villaggio e vagano da giorni in cerca di riparo. E' riuscito a portare qualcosa da mangiare: zucchero e un po' di biscotti. Piccoli gesti di solidarietà di un uomo coraggioso. Di quella solidarietà gli sono profondamente grata, e a quella capacità di risollevarsi e lottare, che molti qui sembrano avere, cerco di attingere...
... Mi chiedo dove le persone trovino la forza di alzarsi il mattino, lavorare, costruire case e fare bambini. La maggior parte delle persone vive alla giornata, in uno strano miscuglio di rassegnazione e speranza e voglia di fare e fatalismo. Qualcuno non ce la fa, impazzisce o si suicida.
Adesso, il fragore delle bombe lo sento di nuovo. Chissà dov'è che si combatte. Chissà quanta paura, quanti feriti, quanti morti, quanti i soldati, quanti i ribelli, quanti i civili coinvolti. Quanti i ragazzini giovani e belli, con sguardi dolci da cerbiatti, che si sacrificano per una guerra che tutti stanno a guardare.
Un abbraccio.»
Gio
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Giovanna Sgualdino con una bambina di Alankulam
Alankulam è situata nel territorio controllato dalle Tigri Tamil, dove è in atto il conflitto
I terreni intorno ad Alankulam sono pieni di mine

